Perchè i social media devono uscire dal pollaio
Sabato, Giugno 28th, 2008
- advertising
- campagna
- ciclo-chiuso
- misurazione
- pay-per-post
- produttività
- ROI
Eccole le sette parole da non usare assolutamente in una discussione sul Social media marketing. Almeno secondo Post-Click Marketing.
Sostanzialmente sono d’accordo con Scott Brinker, ma qualcosa non mi torna. Stiamo parlando di marketing, quindi di aziende. Per portare il social media marketing fuori dallo stretto giro dei blog bisogna per forza di cosa proporre argomenti alle aziende.
Non è facile aprirsi ai social media per un’azienda tradizionale. Vuoi per limiti culturali innati - nel caso dell’Italia - vuoi per ritrosia all’abbandono di pratiche consolidate, vuoi per la paura dell’ignoto e del non essere in grado di controllare gli effetti e le conseguenze di un’azione del genere.
Sono convinto che la velocità di implementazione del social media marketing nel mondo delle PMI italiane (che poi sono quelle che muovono l’economia) sia direttamente proporzionale alla velocità di uscita di questi approcci organizzativi nuovi dalla stretta cerchia dei “sapienti”.
Non sono di quelli che vedono tutto nero a priori, difatti qualcosa di concreto si fa anche in Italia. Qualche giorno fa si è svolto a Varese l’International Forum on Enterprise 2.0, un evento a cui avrei partecipato più che volentieri. Stando ai numeri pre-evento non sarà mancata la presenza delle PMI italiane, ed è sicuramente un punto a favore della diffusione dei social media nelle aziende.
I “guru”, gli appassionati e i visionari (mi colloco tra i secondi) credono che incastonando i social media nei paradigmi organizzativi aziendali ci sia un vantaggio indubbio per l’azienda stessa ma il problema è che se ne parla troppo spesso all’interno del pollaio e poco al di fuori. Finchè si continua a parlare di social media all’interno degli stessi social media, si riuscirà molto poco a diffonderne l’utilizzo.
In tal senso un approccio “fondamentalista” come quello delle 7 parole da non pronunciare si può rivelare controproducente. Un’azienda vuole sapere come un nuovo strumento può migliorargli il lavoro, come può gestire i flussi organizzativi e soprattutto quali sono le potenzialità e i benefici economici. Non è un caso che in uno studio dell’Osservatorio 2.0 del Politecnico di Milano di qualche mese fa è emerso che tra le barriere percepite nella diffusione degli ambienti Enterprise 2.0 ci sono ai primi due posti proprio la scarsa comprensione delle potenzialità e la difficoltà a identificare e valutare i benefici economici.
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